Leggende

Val Genova, Diavoli e streghe in esilio

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VAL GENOVA

DIAVOLI E STREGHE IN ESILIO

Che nessuno, al termine del Concilio di Trento, sapesse dove mettere tutte le streghe e tutti i diavoli che fino ad allora avevano imperversato nelle valli trentine, lo si può anche capire. Non si riesce invece a comprendere per quale motivo a qualcuno venne in mente di relegarli in perpetuo esilio proprio in VaI Genova, in quella bellissima valle percorsa da un allegro torrente, che raccoglie l'acqua canterina di decine e decine di cascate grandi e piccole.
Fortuna volle che ci pensò Iddio a riparare almeno in parte alle decisioni dei Padri conciliari e streghe e diavoli vennero immediatamente trasformati in rocce; per parte sua, ci pensò il buon Nepomuceno Bolognini, raccoglitore e narratore di antiche leggende, a dare un nome e un volto a ognuna di quelle rupi.

Ed ecco, allora, Zampa da GaI, un enorme masso erratico che all'apparenza se ne sta immobile all'ingresso della valle, ma che non appena scorge di lontano un cristiano in arrivo, corre di filato da Belajàl, il re dei dèmoni, ad avvisarlo del malcapitato. Quella di Belajàl, capo dei diavoli, signore delle streghe, male dei mali, è la roccia più grande che si alza nei pressi della cascata del Nardìs. Accanto gli sta il fido Pontiròl, sempre pronto a obbedire al minimo cenno del suo padrone. Tocca a lui correre di qui e di là a portare gli ordini di Belajàl, convocare ora questa, ora quella strega, dirgli delle povere anime cadute nelle trappole dell'inferno, farlo ghignare di gioia crudele al racconto dei cento e cento scherzi combinati ai danni degli uomini.
E che dire di Schena da mul? Quando s'imbatte in un viandante che procede lento e stanco su per la stradina della valle, gli si fa incontro gentile e premuroso, lo convince a montargli in groppa per risparmiarsi la fatica del viaggio e... via di filato tra le fiamme dell'inferno!
Ai Piani di Genova, un piccolo stagno formato da un' ansa del torrente bagna i piedi di alcuni massi: sono gli specchi delle streghe, che qui vengono ad agghindarsi e a riavviarsi i lerci capelli, prima di correre a celebrare chissà dove i loro sabba satanici.
Qui troviamo Calcaròt, il demonio che perseguita i ghiottoni torturandoli con quei terribili incubi notturni che ti fanno svegliare di soprassalto, col cuore in gola e un freddo sudore giù per la schiena. Là, invece, si erge, pronto a volare, un altro essere diabolico: è Coa da cavàl, mezzo basilisco e mezzo cavallo, che trascina nell'aria le anime degli imbroglioni e dei lussuriosi. Accanto a lui vediamo Manaròt, il subdolo demonio che si diverte a indurre in tentazione i boscaioli... (“Su, forza... quel boschetto è del Comune, perciò di tutti e di nessuno... taglia quegli alberi, chi vuoi
che ti veda?”).
In VaI Genova è esiliato anche l'Orco, pure lui trasformato in roccia: per secoli s'è divertito a spaventare i bambini disobbedienti e a tirar brutti scherzi alle fanciulle sventate. Adesso se ne sta muto e impotente, lui che, sotto sotto, proprio cattivo non sarebbe!
Di ben altra stoffa è l'orrendo Palpapegastro, che solo grazie ai malvagi sortilegi di cui va fiero è riuscito alla fine a render cieca una strega per convincerla a prenderlo come marito. Poverino, che brutta fine ha fatto anche lui: torturato da una moglie nauseante e bisbetica e da un nugolo di figlie altrettanto fastidiose e linguacciute, si sfoga andando a caccia di pastori e boscaioli e seminando zizzania fra tutti coloro che gli capitano a tiro.
Sfuggente come un'anguilla e imprevedibile come il cielo di marzo è Calzetta rossa, diavoletto che ha fatto del furto una ragione di vita e della truffa un'arte. E poi c'è il Salvanèl, essere della foresta, figlio della natura, ghiribizzo del creato, che ama folleggiare con gli scherzi, abbagliare i creduloni, prender per il naso chi ci casca.
Ed ecco le streghe: Aga, orrenda vecchia fattucchiera che sa leggere le carte o le linee della mano predicendo il futuro, ma che non è stata capace di prevedere quale brutta figlia - di nome Niaga -sarebbe nata da un suo lontano connubio con Zampa da gaI!
Forca, grassa, sudicia, con le unghie forti come artigli, che s'arrampica sui muri delle case diroccate e da lì, di notte, convince i passanti a rubare, ad appropriarsi delle cose d'altri, a prendere, insomma, la strada che conduce diritta alla... forca!
Malora, sempre allegra, sempre burlona, sempre... ubriaca. Guai al malcapitato che osasse guardarla in volto: vedrebbe una maschera oscena e bavosa e subito sarebbe preso dalla voglia di affogare il terrore nel vino e nell'acquavite...
Baòrca, la strega con sei dita per mano, con una grossa gobba a punta sulla schiena e una uguale sul davanti... se càpiti tra le sue grinfie, tutti i diavoli della valle entreranno nel tuo corpo e ti faranno fare le cose più immonde e sconce.
Pebordù ha zoccoli al posto dei piedi e quindi la riconosci sùbito e puoi girare alla larga. Ma se, per sbaglio, i tuoi occhi incontrano i suoi, per te è finita: tarantolato da capo a piedi, saresti costretto a danzare senza mai fermarti, fuggendo di qua e di là, in preda alle smanie più feroci, finché il volo in un burrone porrebbe fine ai tuoi patimenti.
Infine - ma non ultima - ecco la Grignòta, che se posa i suoi occhiacci su di te, vieni preso da una gran voglia di ridere e di far scherzi al prossimo. Ma se per caso ti capiterà di burlarti d’un buon fraticello o di un vecchio prete di campagna, i loro anatemi bruceranno la tua anima con una sola vampata e per te non resterebbe che la pace... dell'inferno!
Fortuna vuole che tutti questi mostri, oggi, siano disseminati in VaI Genova sottoforma di rocce inoffensive. Comunque, a scanso di brutte avventure, quando ti troverai a passare di lì, parla sottovoce, non disturbare la quiete di quei posti e se proprio vuoi riposarti all'ombra fresca di un masso, non nominare il nome del Diavolo invano!

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VAL GENOVA

Stava ormai camminando da più di due ore, la vecchina. Partita da Carisolo nel tardo pomeriggio, portando con se solo due tozzi di pane secco, voleva giungere fino in fondo alla Val Genova, là dove i pastori accudivano al bestiame... era l'epoca, quella, in cui gli uomini portavano al pascolo le mucche solo per averne del buon latte: nessuno ancora conosceva i segreti per farne del burro, del formaggio o della ricotta. Ma l'anziana donna doveva accontentarsi: più povera ancora d'un uccellino affamato, sapeva di poter mangiare quei due pezzi di pane duro come il sasso solo ammorbidendoli con un po' di latte, ed ecco il motivo di quella lunga camminata.
La notte scese improvvisa, cogliendo la viandante nel punto più stretto della valle, là dove il sentierino si perde nell'intrico del sottobosco... era la «porta delle streghe», quella, e infatti...
- Dove stai andando, vecchia? - berciò da un albero una civetta, che subito dopo balzò a terra trasformandosi in un'orrenda strega. La poveretta si fermò con un balzo al cuore: non aveva mai visto una strega, lei, e quella lì ai piedi dell'albero era veramente brutta, cenciosa e sporca, con una lunga scopa in mano.
- Vado dai pastori a farmi dare un po' di latte... sono senza denti e il poco pane che possiedo è duro, troppo duro...
- Fammi assaggiare! - ordinò quell'altra facendosi ancor più vicina.
Afferrò il pane secco che la vecchia le porgeva e... - Ma è duro sul serio, sembra di pietra! Su, vieni con la strega casàra!
Una forza misteriosa obbligò l'anziana donna a montare in groppa alla scopa: aggrappandosi al mantellaccio unto e lacero della strega, vide il terreno allontanarsi veloce sotto di lei, le punte degli alberi farsi lontane e il freddo della notte l'avvolse, obbligandola a chiudere gli occhi. Dopo un istante, un solo piccolissimo istante, i suoi piedi toccarono nuovamente terra e...
- Ecco, siamo arrivate sui pascoli della Val Genova - disse la strega.
- Scendi e aspettami qui!
L'orrendo mostro tornò di lì a poco con un secchiello di latte. Fece cenno alla vecchina di avvicinarsi e di sedere ai piedi d'un masso di granito. Poi cominciò a lavorare. Con una mano scremò il latte, deponendo con cura la panna morbida e fresca in una piccola zàngola, che prese a cullare avanti e indietro, cantando nenie misteriose... «La luna ciara, el bosco scuro, zìngola zàngola, ho fato el burro»... Finito di cantare, la strega aprì l'arnese e ne trasse una pasta bianca, tenera come la cera: sempre usando le mani la squadrò per bene e sul panetto così ottenuto disegnò con un'unghia il profilo delle montagne attorno e la luna alta nel cielo.
- Ecco, questo è il burro. Sentirai com'è buono, col tuo pane vecchio. Torna a casa e racconta pure alle tue amiche come si fa il burro con la panna: se vuoi sapere, invece, come si cuoce il latte per averne del formaggio, fatti vedere domani sera al solito posto, alla «porta delle streghe». Ciao...
Il giorno dopo l'anziana poverella arrivò per tempo all'appuntamento e con un nuovo volo in cielo capitò ai piedi del macigno della notte precedente. Lì la strega accese un bel fuoco sotto a un enorme pentolone, in cui versò alcuni secchi di latte, che prese a mescolare adagio adagio. Quando, poi, cominciò a bollire, vi aggiunse alcune gocce di aceto mettendosi a gridare:
- Présame… Présame!
...ed ecco il miracolo: il latte bollente cominciò a rapprendersi in un cuore biancastro, sodo e profumato. La strega lo tolse dal paiuolo, lo infilò in una forma circolare, che strinse con forza lasciando cadere a terra il liquido superfluo, e...
- Il formaggio è pronto! Assaggialo e sentirai che buono. Va' pure a casa e racconta alle amiche come si fa il formaggio e poi torna domani sera, che ti farò vedere come dal siero si ricava la poìna...
La notte seguente la strega insegnò alla vecchina a fare la ricotta usando il siero del latte, poi la congedò dicendole:
- E finalmente domani sera potrò insegnarti a ricavare lo zucchero da ciò che rimane del latte lavorato!
Ma il giorno dopo un diluvio s'abbatte su Carisolo e sulla Val Genova, per cui la vecchietta pensò bene di restarsene chiusa in casa, sbocconcellando il formaggio che era riuscita a fare da se, seguendo le indicazioni della strega. Tornò in valle la sera seguente, ma...
- Mi dispiace, carina - le disse la strega balzando a terra dal suo albero, - ma hai perso l'occasione di imparare come si può avere del buon zucchero dal latte!
- Ieri sera pioveva a dirotto... come facevo a muovermi?
- Quando piove, piove – si mise a cantare la strega casara – quando fiocca, fiocca… sol quando tira vento, allor fa brutto tempo…

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VAL GENOVA

Signor Giudice, non so proprio come sia successo - farfugliò il buon Bortolo, al cospetto del giudice di Stenico. – Cioè, so bene quello che ho fatto, ma vi giuro, io non volevo...
- Bortolo della Todesca di Val Genova – lo interruppe il giudice - avete o non avete ucciso vostro nipote Giovanni?
- Sì, l'ho ucciso io...
- Lo avete o non lo avete gettato nel burrone che si apre sul Sarca tra Fontanabona e la Todesca?
- Sì, l'ho fatto - singhiozzò il povero vecchio, torcendosi una mano nell'altra. - Ma voi dovete capire... dovete lasciarmi spiegare...
- E spiegatevi, allora!
- Ecco, Giovanni è... era il mio unico nipote e io ero il suo unico zio. Mio padre, alla sua morte, aveva lasciato metà delle terre al padre di Giovanni, il buon Giuseppe, e metà a me. Alla morte di Giuseppe, la sua parte passò al figlio e... e da quel giorno non ho più avuto pace. Non era cattivo, Giovanni, no, era solo scapestrato e soprattutto invidioso dei miei poderi, delle mie vacche, dei miei boschi. Sapete: s fossi morto io, non avendo figli, lui avrebbe ereditato tutto... Non passava giorno che non mi tirasse qualche brutto scherzo: sapeste, signor Giudice, quanto buon latte ho dovuto buttar via perché sporco degli  escrementi dell'asino di Giovanni! E quanti alberi sono stati misteriosamente segati e abbattuti di notte ... quanta erba dei miei prati è andata bruciata... Ma Giovanni era mio nipote, non potevo arrabbiarmi con lui... Mi sfogavo con gli amici alla locanda: piangevo di stizza, mi mangiavo le mani per la rabbia ma solo questo. Io non avrei torto un capello, al figlio di mio fratello! Poi un giorno lo incontro proprio sull'orlo del burrone di cui parlava lei signor Giudice: mi vede, mi viene incontro con una smorfia cattiva e strana in volto, afferra per un orecchio il vitellino che stavo riportando alle stalle e lo spinge di sotto! Così, senza dire una parola, solo per il gusto di vedere le lacrime riempire i miei occhi. Anche quella volta ho sopportato, ho taciuto, ho scosso la testa e me ne sono tornato a casa da solo, senza vitello. Qualche tempo dopo, guarda caso nel medesimo punto della valle, ci incontriamo di nuovo e lui, Giovanni, è ubriaco dalla testa ai piedi: non sa più nemmeno parlare, da tanto vino ha bevuto! Stringe un bastone in mano: lo alza su di me per picchiarmi senza motivo e io lo afferro, lo tengo stretto stretto e lo spingo indietro. È caduto di sotto senza nemmeno urlare: forse non se n'è nemmeno reso conto, povero ragazzo... E morto così, Giovanni... l'ho ucciso in questo modo...
Bortolo tacque e quel nodo doloroso in gola finalmente si sciolse in un pianto dirotto.
Anche il giudice rimase in silenzio: guardando alle spalle dell'imputato incontrò i volti seri della gente di Rendena e sui loro occhi lesse la verità: il buon vecchio Bortolo in vita sua non aveva mentito.
- Bortolo della Todesca di Val Genova - esclamò dopo un lungo silenzio - per l'autorità concessami dal principe vescovo di Trento io ti assolvo dall'accusa di aver deliberatamente ucciso Giovanni tuo nipote e ti comando di tornartene nella tua valle, a vivere in pace gli anni che ti restano!
E così avvenne: Bortolo, circondato dall'affetto degli amici, ritornò in Val Genova e lì trascorse tranquillo gli ultimi anni di vita. Fece in modo, però, di non dover più passare da quel maledetto burrone, che da allora prese il nome di Tof del Mal Neò.

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PINZOLO – MAROCH DE L’ORA

- L' ho visto! L'ho visto!
La vecchietta entrò urlando nella grande chiesa di Pinzolo, interrompendo la messa che era arrivata già all'Offertorio. Ci volle del bello e del buono, ma alla fine qualcuno riuscì a calmarla, a farla uscire dalla porta della sacristia e il sacro rito poté giungere al termine. Poi, subito dopo la benedizione, la folla si riversò sul sagrato, incuriosita da quello che la vecchina aveva da raccontare.
- Ma certo che l'ho visto!
- E che cosa, santo cielo! - esclamò il sindaco di Pinzolo tutto rosso in viso.
- Allora, statemi ad ascoltare. Come ogni domenica, stamane mi sveglio presto, lascio la mia casa di Mavignola e prendo il sentiero che scende a Pinzolo recitando il rosario. Quand'ecco, a una svolta del viottolo, che ti vedo, per terra? Una... due... cinque... tante monete d'oro! Mi chino per raccoglierne una... era proprio d'oro zecchino e luccicante!...faccio per infilarmela in tasca e prenderne una seconda, quando un colpo di vento... vuuummm!... mi toglie la moneta di mano e se la porta via lontana! Solo allora alzo gli occhi e lassù, all'altezza della Cima Gaiarda, appollaiato in vetta a un grosso macigno, scorgo uno strano figuro: vestito di rosso, aveva lunghi capelli untuosi e sporchi, dai quali spuntavano due piccoli cornetti. Gli occhi, poi, ardenti come il fuoco, mi scrutavano dall'alto, mentre le mani si curvavano con terribili artigli e i piedi... oh mio dio, se ci penso... i piedi erano zoccoli di caprone!
- Il Diavolo... ha visto il Diavolo!
- Già - proseguì la vecchietta, - era proprio il Diavolo che si divertiva con me: prima mi invitava a raccogliere una delle monete; poi, con un ghigno tremendo, me la soffiava via come fosse una piuma! E così di sèguito, fino a che mi sono stancata e ho preso di corsa la direzione di Pinzolo. .
- E puoi ben dire di esser stata fortunata - intervenne il parroco; - chissà che cosa poteva succederti, visto che hai disturbato il Demonio mentre stava nascondendo il suo tesoro!
- Cosa? - esclamarono cento voci intorno.
- Ma sì: ogni notte Satana se ne va in giro a depredare ville, castelli e palazzi. Poi, prima dell'alba, corre a nascondere tutto l'oro rubato proprio sotto al grosso macigno ai piedi della Cima Gaiarda. Solleva la rupe come fosse di paglia e getta il maltolto in un buco profondo che, si dice, giunge fino all'Inferno. Le monete che hai trovato sulla strada, deve averle perse in volo e quando sei arrivata col rosario in mano, al Diavolo non è parso vero di potersi prender gioco di un'anima in più!
La rivelazione del parroco, oltre a incutere ancor più terrore alla povera donna, mise in agitazione gli uomini di Pinzolo. «Ma come – si dissero poi alla taverna, - poco distante da qui è nascosto un tesoro, e noi rimaniamo con le mani in mano? Su, forza: stanotte prendiamo zappe e vanghe, saliamo al grosso masso e scaviamo...».
Così fecero, i poveretti. Col favore delle tenebre e certi che Satana, in quelle ore, era indaffarato a compiere le sue malefatte in giro per il mondo, presero a scavare tutt'attorno al macigno (e ancor oggi quelle buche sono lì, a provare quanto sia vero questo racconto). Non si accorsero, però, che la notte trascorreva veloce e vennero sorpresi dall'alba con gli attrezzi in mano. All'improvviso, dalla cima di una roccia lì vicino cominciò a soffiare un forte vento... vuuummmm... vuuummmm... che afferrò picconi e badili facendoli volare in aria e scaraventandoli giù a valle.
- È l'òra del Diavolo! - urlarono gli uomini di Pinzolo, che abbandonarono l'impresa e scapparono di filato a casa mormorando giaculatorie e avemarie.
Da quel giorno il sasso che copriva l'ingresso dell'Inferno venne chiamato Maròch de l'òra, mentre la roccia dalla quale aveva spirato il vento diabolico prese il nome di Crozzon del Diàol.
Ma la leggenda non termina qui. I vecchi giurano che la vecchina, o quanto meno il suo spirito, vive ancor oggi nei pressi del Maròch de l'òra: quand'è notte, il fantasma invita i rari vi andanti a farsi più vicino e a raccoglier da terra alcune monete d'oro. Se qualcuno ci prova, ecco giungere il solito sbuffo di vento che... vuuummmm... fa sparire il tesoro e manda a gambe all'aria il malcapitato.

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MADONNA DI CAMPIGLIO - MONTE SPINALEGLI «ORTI DELLA REGINA»Molto e molto tempo fa, quando la Rendena era abitata da piccole comunità d'uomini dediti alla caccia e alla pastorizia, la tranquillità di quei luoghi venne rotta dall'arrivo di una strana comitiva. Sarà stato un centinaio d'uomini in tutto: se erano soldati, le loro divise lacere e sporche stavano a indicare un alto grado di povertà. Se erano pellegrini, che ci stavano a fare lance, archi e frecce nelle loro mani? Silenziosi e scuri in volto, gli sconosciuti raggiunsero quella che oggi noi chiamiamo Madonna di Campiglio, e lì lasciarono la strada maestra per inerpicarsi su per il Monte Spinale.
I Rendenesi assistettero impassibili alla sfilata di quella lunga teoria di stranieri vestiti male e armati ancor peggio. E quale fu la meraviglia quando, in mezzo a loro, scorsero una bellissima donna coperta di abiti un tempo sontuosi, che cavalcava uno stupendo cavallo bianco! Il volto triste della regina - perché tale doveva essere il suo rango -e quello preoccupato degli uomini che chiudevano la fila (continuavano a girarsi indietro, come temendo di vedere da un momento all'altro le schiere di un esercito nemico) davano l'impressione che quella gente stesse fuggendo da chissà che cosa.
Piano piano, passo dopo passo, come portassero in cuore il peso di un' enorme angoscia, i soldati e la loro regina salirono fin quasi in vetta allo Spinale e solo quando furono ai piedi del Mondifrà...
-Nostra signora -disse quello che pareva il capo del triste esercito - non sarebbe meglio fermarci quassù per far riposare gli uomini e i cavalli?
La donna misteriosa si riscosse dal torpore dei mille pensieri che la agitavano e si guardò in giro.
-Là! -disse semplicemente, indicando con la mano un pianoro difeso da alcuni massi. E in effetti quello era il luogo ideale per chi voleva nascondersi: protetto da un lato dalla montagna e dall'altro da un bastione roccioso naturale, conservava ancora un po' di terra fertile coperta d'erba e accanto una sorgente sgorgava allegra.
I soldati si diedero subito da fare: alcuni corsero nel bosco più sotto e tagliarono una gran quantità di tronchi, coi quali costruirono in breve alcune capanne e rinforzarono le difese. Altri deviarono l'acqua della fonte per farla giungere al praticello, nel quale piantarono semi di fagioli, fave e cipolline. Altri ancora armarono gli archi e si diedero alla caccia, procurando carne fresca per la regina e il suo sèguito.
L'esercito straniero si fermò sul Monte Spinale per alcuni mesi: affascinati dal luogo tranquillo e facilmente difendibile, uomini e cavalli si riposarono, mentre la loro regina se ne stava sempre chiusa al buio della sua capanna.
Poi un giorno scomparvero: lasciarono il pianoro di notte, senza toccare capanne, palizzate e prato coltivato. Il buio della storia li inghiottì e di loro non si seppe più nulla.
A ricordo di quello strano episodio, rimane ancor oggi quel luogo, che porta il nome di «Orti della regina»: e chi lo raggiunge in tarda primavera, può raccogliere delle ottime cipolline selvatiche, con cui insaporire la propria tavola.

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MADONNA DI CAMPIGLIO

A Madonna di Campiglio tutti conoscevano il Bargianèla e tutti apprezzavano il buon vino che mesceva nella sua osteria al Palù. Il Bargianèla e la sua locanda erano diventati, ormai, due vere e proprie istituzioni della zona: chi voleva trascorrere una serata in compagnia di ottimo vino e di storie mirabolanti, non doveva far altro che salire al Palù, entrare nell'osteria, sedersi, ordinare da bere e mettersi ad ascoltare l'oste.
Quella sera, però, il Bargianèla arrivò in ritardo all'appuntamento con i suoi avventori. Entrò nella locanda che era già buio e si lasciò andare sulla prima seggiola a portata di mano.
- Amici miei, sapeste che m'è accaduto! - esclamò, cercando di lisciare i capelli che gli si erano rizzati in capo. -Un boccale di vino, presto... ne ho proprio bisogno!
-Su, dài, racconta allora!
-Già, adesso vi dico... ma lasciatemi prima bere... ecco, ora va meglio. Lo sapete, no?, che domenica è la festa della Madonna di Campiglio. Bene, che faccio, stamattina, come ogni anno? Mi alzo presto, mi vesto a puntino e salgo a malga Ritort a comprare un vitello. Avrò bisogno d'un bel po' di carne, se voglio soddisfare tutti i pellegrini, i mercanti e i compaesani che festeggeranno la nostra patrona! Arrivo alla malga, scelgo il vitello, lo pago e mi accordo sulla consegna. Poi, tranquillo e beato... era un bel po' di tempo che non me ne andavo in giro per queste nostre belle montagne... prendo la strada del ritorno. Giunto all'altezza di un grosso masso, chi ti vedo venirmi incontro? Un'orsa gigantesca, cari miei, accompagnata da due orsacchiotti saltellanti. Lei, la madre, non era affatto simpatica e giocherellona come i suoi due cuccioli! M'è balzata addosso, sfiorandomi con artigli affilati e lunghi così: per fortuna c'era quel macigno alto a sufficienza per mettermi in salvo e con due balzi l'ho raggiunto, arrampicandomi sulla cima. Avreste dovuto vedermi: io, dall'alto, che con il bastone picchiavo a più non posso sulla testa di quel maledetto mostro. l'altra, l'orsa, che digrignava le zanne, sbuffava e sbavava inferocita! I due orsacchiotti, intanto, ai quali evidentemente non interessava la fine che mi attendeva, avevano raggiunto un boschetto lì vicino. E adesso che cosa potevo fare? Restare lassù tutto il pomeriggio, la notte e, magari, il giorno dopo? Se mi fossi addormentato, sarei scivolato di sotto e... E qui ebbi un'idea geniale. Non mi trovavo in quel frangente a causa, cioè, per merito della nostra Madonna? Bene: proprio a Lei mi rivolsi. «Madonna di Campiglio -urlai tra una bastonata e l'altra, - Madonnina bella, aiutami tu! Liberami da questo mostro e lasciami tornare a casa!». Non avevo nemmeno terminato la mia supplica, che dal bosco si alzò un urlo di spavento. In un primo momento pensai fosse un bambino che era caduto, che s'era fatto male: anche quello, ci mancava, un bimbetto innocente divorato da un'orsa e dai suoi cuccioli! Al secondo urlo, invece, fu l'orsa a bloccarsi, ad alzare il muso in alto e ad annusare preoccupata in quella direzione. Al terzo urlo, tutto fu chiaro: quello, era uno dei due orsacchiotti che stava chiamando sua madre per essere tolto da chissà quale impiccio. L'orsa non attese oltre: abbandonò me e il masso e si precipitò brontolando in aiuto al figlioletto. Da parte mia, la fretta fu ancora maggiore: ringraziai sottovoce la Madonnina di Campiglio, saltai giù dal sasso e... e... ed ecco mi qua, a raccontarvi la mia
avventura!».
In ricordo di quel brutto incontro, il Bargianèla fece dipingere un ex-voto, che appese alla parete della chiesa dedicata alla Madonna di Campiglio. Quel macigno, poi, che lo aveva salvato dagli artigli dell'orsa inferocita, ancora oggi è chiamato il Sasso del Bargianèla.

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MADONNA DI CAMPIGUO

Sono molti i laghi trentini che ospitano draghi e bestie di ogni genere e misura. Quello che dimorava da tempo immemorabile nelle acque del piccolo lago di Nambino, poco sopra Madonna di Campiglio, in verità non aveva mai fatto paura a nessuno. Se ne stava per mesi e mesi a sonnecchiare sul fondo del Iaghetto, nutrendosi dei pochi pesci che riusciva a trovare e delle ancor più poche alghe che crescevano a quella profondità. Solo di tanto in tanto metteva il muso fuori dall’acqua e, dopo essersi accertato che nessuno fosse nei paraggi, usciva a brucare l’erba rada dei prati intorno o a dare la caccia a qualche marmotta addormentata.
Un giorno, però, successe l'incredibile! In un colpo solo, finirono nello stomaco del dragone un paio di pecore, un vitello e persino il pastore che, spaventato, aveva assistito impotente alla carneficina.
La notizia si diffuse in un battibaleno in tutta Ia Rendena gettando i paesi nella costernazione e le famiglie nella paura. Ma cos’era successo? Possibile che un drago così tranquillo e inoffensivo, all’improvviso si risvegliasse e si mettesse a uccidere e a mangiare innocenti a destra e a sinistra? Nessuno, tuttavia, ebbe il coraggio di salire al lago di Nambino per vendicare l’amico morto con le sue bestie. Nessuno, tranne due baldi cacciatori della Val di Sole che, naturalmente dietro la promessa di una forte ricompensa, accettarono il compito di far giustizia.
Una domenica mattina, tutta la gente di Madonna di Campiglio, parroco in testa, accompagnò i due cacciatori fino ai piedi dell'ultima salita che portava al lago di Nambino.
- Meglio essere prudenti - disse a quel punto il cacciatore più anziano. - Voi aspettatemi qui e tu- continuò rivolto al compagno, - sèguimi a distanza. Se dopo aver udito uno sparo, non mi sentirete gridare, venite di corsa a vedere cos'è successo e allora toccherà a te vendicarmi! - concluse il cacciatore, con una gran pacca sulle spalle dell'amico.
L'uomo s'inerpicò con prudenza su per il sentiero e in dieci minuti fu sulle rive del laghetto. Pareva tutto tranquillo: un sole caldo e invitante si specchiava sullo specchio d'acqua, mentre i prati attorno si crogiolavano vellicati da una tiepida brezza.
Eccolo! Il cacciatore si fermò col cuore in gola: un enorme biscione verdastro, grosso come un toro di sei anni e con le squame ancora umide d'acqua, se ne stava acciambellato su un lastrone di pietra, col muso nascosto tra le due potenti zampe anteriori.
Il giustiziere, dopo un primo istante di terrore, si impose la calma: imbracciò il fucile, prese la mira con cura e sparò! La bestia non si mosse nemmeno e se non fosse stato per un rivolo di sangue che prese a zampillare dalla sua gola, chiunque avrebbe dato del somaro allo sparatore!
- Ce l'ho fatta! L'ho ucciso! Veniteeee... veniteee!
Quando, poco dopo, il corteo di Madonna di Campiglio giunse al lago, tutti si aspettavano di incontrare il cacciatore solandro col trofeo del drago. Lo trovarono, invece, a terra svenuto a pochi metri dal basilisco.
- Indietro... state attenti! - urlò il secondo cacciatore. Lui, di draghi, non se ne intendeva, ma quell'odore nauseante nell'aria gli aveva fatto capire prima degli altri che cosa doveva essere successo. Preso dall'entusiasmo per il colpo andato a segno, l'amico s'era avvicinato troppo al bestione e i miasmi velenosi fuoriusciti dal corpo assieme al sangue lo avevano tramortito. Venne quindi trascinato lontano dal cadavere del basilisco, caricato sul dorso di un mulo e accompagnato in gran fretta all'ospizio di Madonna di Campiglio per le cure del caso.
Ma le sorprese non erano terminate. Dopo qualche ora, quando l'aria attorno al drago tornò normale, il corpo del mostro venne rigirato per essere spostato e poi bruciato all'istante. Ed ecco che, tra le poderose zampe posteriori, apparve un grosso uovo candido. Un uovo di drago, anzi, di draghessa!
- Adesso conosciamo la causa dell'improvviso impazzimento della bestia - esclamò il parroco, prendendo in custodia il gigantesco uovo. - L'ormai prossima nascita della sua creatura, deve aver innervosito il drago oltre ogni misura e quel povero pastore ha pagato con la vita la nascita di una vita nuova!
Dopo qualche settimana ci fu gran festa, alla chiesa della Madonna di Campiglio: il cacciatore solandro si era nel frattempo ripreso e col suo compare ritirò il premio che gli era stato promesso. L'uovo del drago, invece, venne appeso alla parete della chiesa assieme alla pelle del basilisco, come ringraziamento per esser stati liberati dalla presenza pericolosa di quel mostro impazzito.

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IL BEDU' ROSSO DI SANGUE

Un tempo le malghe costituivano uno dei capisaldi dell'economia delle nostre valli e quindi spesso divenivano oggetto di contese tra comunità confinanti. Contese che talvolta sfociavano in vere e proprie "guerre" di conquista, come capitò alle genti di Vigo e Villa Rendena.
Da alcune generazioni, ormai, le genti di Vigo e Villa erano in lotta per una questione di confini. "Sono troppo preziosi i pascoli e la malga del monte Stracciòla per lasciarceli scappare", pensavano gli uni e gli altri e ogni occasione era buona per accapigliarsi e bastonarsi a vicenda.
I più violenti - ma anche, forse, quelli che in realtà potevano vantare maggiori diritti sulla Stracciòla - erano senz'altro i pastori di Vigo Rendena, che un giorno si decisero a chiedere aiuto agli amici di Daré, di Marzeniga (uno dei molti villaggi rendenesi andati distrutti per calamità) e di Javré per dare finalmente una lezione ai loro nemici di Villa, di Verdesina e di Bragònero (un altro villaggio andato distrutto).
Si era nel pieno dell'estate del 1324: mancava poco al mezzogiorno d'una calda giornata di fine agosto, quando la spedizione punitiva della gente di Vigo, spalleggiata dai loro temporanei alleati, giunse in vista della malga. I pastori e i malgari di Villa erano chiusi nella casàra a mangiare e proprio nulla lasciava presagire quello che stava per accadere.
Gli assalitori piombarono all'interno della malga con gran fracasso di randelli, urla e forche: i malcapitati di Villa vennero immobilizzati all'istante e ridotti al silenzio con alcune robuste bastonate in testa e sulla schiena. Non contenti, quelli di Vigo radunarono le vacche al pascolo (ne contarono ventotto, più un toro) e le spinsero nel burrone sottostante. Infine, distrussero tutto il burro e le forme di formaggio che riuscirono a scovare nella casàra.
Vi lascio immaginare lo sfracello di tante mucche dopo il lungo volo giù per il pendìo della forra - i vecchi raccontarono per anni dell'acqua rossa di sangue del torrente Bedù - e la rabbia di quelli di Villa nel vedere il loro lavoro, costato tanta fatica e sudore, svanire sotto l'impeto dell'ira.
Intervennero le guardie, che arrestarono i caporioni di Vigo, di Daré, di Javré e di Marzeniga: gli esagitati furono condotti a Trento e lì processati.
Il 20 settembre di quello stesso anno i giudici sentenziarono: i colpevoli avrebbero dovuto risarcire le ventotto vacche e il toro uccisi nel corso della spedizione, nonché restituire ai pastori di Villa tutto il formaggio e il burro andati distrutti.

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Immagini: APT Madonna di Campiglio Pinzolo Val Rendena

Giovedì, 07 Aprile 2016

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