Tradizione
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Carnevale Asburgico
CARNEVALE ASBURGICO
Madonna di Campiglio è stata protagonista di un mondo magico. E' il mondo romantico e sfavillante della Vienna di Francesco Giuseppe e della sua bellissima consorte, Elisabetta di Wittelsbach, Sissi per la storia e per il mito.
Sul finire dell'Ottocento Campiglio è già una delle più belle località di villeggiatura dell'Impero Asburgico. Sissi e Franz la eleggono come luogo privilegiato per passare insieme giornate spensierate, lontani dal clamore di Vienna. Oggi, nelle stesse sale che videro la coppia imperiale e la loro corte vivere momenti indimenticabili, si celebra ogni anno il Gran Ballo dell'Imperatore, in onore della "Principessa Sissi". Nel periodo di Carnevale, il ballo evoca i fasti di quei giorni, di quel mondo magico. Sulle note di "Sul bel Danubio blu" quegli istanti si materializzano e rivivono ancora.

Sissi giunge in Trentino sul finire dell'estate del 1889. Ha scelto Madonna di Campiglio per un breve soggiorno dove poter riposare dopo un periodo particolarmente drammatico della sua vita. All'epoca Campiglio è già un’affermata stazione di villeggiatura, frequentata da nobili e ricchi signori europei, amanti della caccia e degli incredibili spettacoli offerti dalle Dolomiti di Brenta. Il luogo la colpisce talmente che si ripromette di tornare. La montagna non è soltanto aria pura e splendidi paesaggi per questa donna così sensibile alle poesia: è soprattutto una fonte di ispirazione e di suggestione letteraria.
Così, sei anni dopo, è la coppia imperiale a giungere in Trentino. Sissi e Francesco Giuseppe, accolti dai villaggi in festa e da fuochi d'artificio fra le montagne, sono ospiti del Grand Hotel Des Alpes. Nelle grandi sale dalle volte in legno del lussuoso albergo risuonano i passi leggeri delle dame di compagnia dell'Imperatrice e gli stivali degli aiutanti di campo dell'Imperatore, sfilano le loro divise variopinte, si assiste ai rituali della corte che ha accompagnato la coppia. Un angolo della dolce e spensierata Vienna è giunto fin quassù, tra cieli tersi e boschi verdissimi. Campiglio resterà nel cuore dei due monarchi. Ma l'eco di quei momenti, di quel mondo, oggi giunge fino a noi materializzandosi nelle celebrazioni del Carnevale Asburgico.

Il Carnevale Asburgico è una settimana di eventi che vede l'arrivo degli ospiti imperiali in carrozza, scortati dalle guardie a cavallo. Rivivono gli spettacoli pirotecnici di allora e i brindisi che accolsero i due personaggi. Durante la settimana si moltiplicano le feste al Salone Hofer del Grand Hotel Des Alpes, lo stesso che ospitò la coppia. Ma il momento clou del Carnevale è il Gran Ballo dell'Imperatore quando Sissi, elegante e luminosa come sempre, apre le danze fra due ali di Ussari e Dragoni. Sono questi i momenti in cui rivive la grande tradizione viennese del ballo, del "Caffè concerto" e della Redoute, il ballo in maschera. Con i loro indimenticabili valzer, Strauss padre e figlio furono i cantori ufficiali di un mondo vorticoso. Ancora oggi la settimana di Carnevale è teatro del più importante ricevimento viennese: il famosissimo Gran Ballo dell'Opera, appuntamento atteso e ambito, oggi come allora. La stessa Sissi, nella primavera del 1860, volle organizzare ben sei balli di seguito in soli due mesi. E famoso è il ballo alla Società della Musica, la notte di Martedì Grasso del 1874, a cui l'imperatrice si reca in incognito, mascherata, e dove nessuno la riconosce. Per una settimana Madonna di Campiglio respira queste magiche atmosfere, celebrando l’ "Eroina del Sogno", come la definì D' Annunzio, protagonista incontrastata di un mondo da favola.
INFO
www.carnevaleasburgico.com mail info@carnevaleasburgico.com
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L'amore svelato, le beffe degli amici, lo sbocciare della primavera
Pinzolo è un paese ancora oggi ancorato alle tradizioni che ne costituiscono l'identità. Fra le tradizioni più vive quella del "Trato marzo", le cui origini si perdono nella notte dei tempi, nei riti agresti che celebrano la fine dell'inverno e le ripresa della vita primaverile.
Le ultime due sere di febbraio e la prima di marzo - da cui il nome "Trato marzo", cioè "È arrivato marzo" -, quando il freddo diventa meno pungente, le giornate si allungano e la natura si desta, i giovani salgono sull'altura delle Masere, nella zona ad est del paese, accendono un falò e proclamano al paese le coppie usando uno speciale megafono, che rende udibile in tutto l'abitato la proclamazione degli amori.
"Trato marzo su questa terra, per maritare una giovane, bela, bela" ("È arrivato marzo per sposare una ragazza bellissima") - recita il capogruppo - "Chi ela o chi no ela?" ("Chi è e chi non è?") - chiedono gli altri giovani presenti. Il capogruppo chiama una nubile del paese indicandola con il nome di battesimo e il soprannome di famiglia e poi il gruppo riprende: "A chi l'ente mai da dare?" ("Con chi si deve sposare?"). Il capogruppo risponde individuando uno scapolo a cui aggiunge: "Ca l'è da maritare!" ("Il quale deve ancora sposarsi!") e il gruppo conclude in coro: "Totala, totala, totala!" ("Sposala, sposala, sposala!"). Il tutto prosegue per circa un'ora fino a quando nubili e celibi di tutte le età hanno trovano compagno o compagna; nel frattempo vengono serviti vin brulè, polenta e salsicce a quanti accorrono sull'altura.
Nelle prime due sere vengono create coppie buffe: la più bella ragazza è invitata a sposare un vecchio, magari zoppo e avaro, oppure una novantenne zitella senza denti è accoppiata con un aitante latin lover. La terza sera, infine, vengono svelate le coppie reali, di giovani fidanzati prossimi al matrimonio: è l'ufficializzazione nei confronti della comunità paesana di un legame d'amore. A questo punto dall'altura vengono lanciate ciocche di legno e dal percorso che esse compiono si traggono auspici sulla felicità dell'unione.
L'usanza o, come si dice in Rendena, la "costumanza", è stata studiata per primo da Nepomuceno Bolognini sul finire del secolo scorso e presentata nel suo testo "Usi e costumi del Trentino".
Come la natura ritorna alla vita dopo i rigori invernali, anche nelle persone riesplodono la voglia e il gusto di vivere e il "Trato marzo" pinzolese ne è una manifestazione.
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ENOGASTRONOMIA
La Val Rendena è tra l’altro una valle alpina che dal punto di vista dell’enogastronomia sa soddisfare i palati più esigenti, prodotti legati a vocazioni precise del territorio: agricoltura e allevamento in particolare. La Val Rendena è oggi sinonimo di salumi e insaccati di qualità perché lavorati dagli artigiani salumai con le tecniche apprese dai padri.
Una tradizione che risale al 1800 quando i contadini di Strembo, Caderzone, Giustino, emigravano durante i mesi dell’inverno in pianura, in particolare nel Mantovano, dove lavorando come “mazzin” (addetti alla macellazione) o come garzoni presso salumieri locali impararono l’arte di produrre gli insaccati. Innanzitutto il famoso “salame all’aglio”: proprio l’aglio era e rimane il segreto dei salumai rendeneri di ieri e di oggi perché conferisce agli insaccati un aroma particolare. Il salame all’aglio è un insaccato stagionato di puro maiale: per produrlo i salumai locali utilizzano esclusivamente la polpa scelta. Con la stessa materia prima, ma con una tecnica di insaccaggio differente si producono i salamini all’aglio del tipo “cacciatore”. Un altro salume tipico della Val Rendena è la “Salamella all’aglio” per la cui preparazione vengono utilizzati quei tagli che non entrano nella preparazione dei “salami”.

E sempre dalla carne di maiale i salumai della Rendena ricavano anche ottimi “cotechini”, “lardo aromatizzato”, “mortandele”, polpette di carne di maiale mescolata con il fegato insieme a diverse spezie, “Pancetta nostrana agliata”.
Ancora più antica è invece la tradizione agro – pastorale della Rendena, dove ogni comunità ha un proprio alpeggio e il territorio per il pascolo viene gestito attraverso gli istituti antichissimi (risalgono al 1300) delle “Regole” e degli “usi civici” secondo criteri che hanno consentito il rinnovarsi naturale delle risorse.

A questa tradizione è legato un altro prodotto tipico, la “spressa”, uno dei più antichi formaggi della montagna trentina, che nasce da un’arte casearia che ha radici antichissime, anche oggi risultato di lavorazioni assolutamente artigianali, basate sul latte prodotto da bestie allevate con fieno di montagna, quelle della famosa “Razza Rendena”. La spressa è un formaggio magro perché in passato i contadini “smagravano” volutamente il latte per poter ricavare il maggior quantitativo di burro. Questo formaggio si ottiene utilizzando il latte di due mungiture successive che viene poi messo ad affiorare. La pasta si presenta di colore giallo – paglierino con una occhiatura sparsa di media grandezza. Una prova della sua lavorazione autenticamente artigianale è data dall’aspetto esterno della forma che spesso presenta irregolarità sulla crosta. La produzione della spressa si concentra nel caseificio sociale della valle e dove nei mesi dell’autunno e dell’inverno si produce anche ottimo “grana trentino”.

Richiede invece un po’ di fatica raccogliere un’erba particolare, il “radic de l’ors”, un radicchio selvatico dal sapore amarognolo che cresce sui 2.000 metri ai bordi delle nevi depositate dopo essere scivolate a valle sotto forma di valanga. Si conserva in agrodolce ed è utilizzato in molte ricette tipiche.

Fra i dolci tipici della Val Rendena, molto semplici da preparare anche in città si possono citare la torta di carote e la torta di fregoloti, quest’ultima preparata aggiungendo all’impasto un etto di mandorle finemente tritate. Un dolce ad alto contenuto calorico, ideale dopo una giornata di sport sulla neve.
LINK
www.trentinoagricoltura.it
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LA RAZZA RENDENA
La razza Rendena è una razza bovina autoctona dell'arco alpino, originaria dell'omonima vallata trentina, la Val Rendena, ed è tuttora allevata sul territorio nazionale per lo più nelle province di Trento, Padova e Vicenza.
Come la Grigio Alpina e la Valdostana, la razza Rendena è una delle poche tra le numerose razze autoctone italiane, che ha mantenuto e mantiene tuttora una significativa presenza locale, nonostante il sopravvento delle razze cosmopolite quali la razza Bruna e, soprattutto, la razza Frisona. In modo particolare la razza Rendena mantiene e sviluppa, nonostante la forte riduzione del patrimonio durante gli ultimi cinquant'anni, un'efficace organizzazione dei suoi allevatori, che le consente il riconoscimento di un certo ruolo nelle attività produttive zootecniche nazionali.

L'ente preposto al mantenimento, al miglioramento genetico e alla diffusione della razza è L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALLEVATORI BOVINI DI RAZZA RENDENA (A.N.A.RE.), istituita nel febbraio 1981 a richiesta della Commissione Tecnica Centrale del Libro Genealogico della razza Rendena. Il libro Genealogico è riconosciuto dal Ministero dell'Agricoltura e Foreste dal 23 giugno 1980, per iniziativa degli allevatori Trentini, Vicentini e Padovani riuniti nelle Sezioni di Razza delle rispettive Associazioni Provinciali Allevatori (A.P.A.).
Il Libro Genealogico Nazionale conta, al 31 dicembre 1998, 3.627 vacche sotto controllo, numero tale da far ritenere la razza a rischio d'estinzione e di conseguenza sovvenzionabile (Regolamento Comunitario 20/78 del 1992), ai fini della salvaguardia delle "biodiversità", stabilita dalle direttive della P .A.C. (Politica Agricola Comunitaria). Negli ultimi anni il numero di bovine di razza Rendena sottoposte ai controlli funzionali, è leggermente aumentato. Nel caso dell'ultimo decennio, tale incremento è dovuto, probabilmente, sia al contributo comunitario che al miglioramento delle prestazioni produttive medie della razza, aumentate di circa 30 kg l'anno, per quanto riguarda tutte le vacche, e addirittura di circa 40 kg l'anno per quanto riguarda le sole bovine primipare iscritte al Libro Genealogico Nazionale.
Cenni storici
Una trattazione sulla razza Rendena non può trascurare la sua particolare e travagliata storia: da razza da latte più diffusa, assieme alla Grigio Alpina, del Nord Italia ai primi del 1900, all'attuale rischio d'estinzione (meno di 5.000 vacche sotto controllo).
Le prime documentazioni, su di un tipo di bovino affine all'attuale razza Rendena, risalgono all'inizio del 1700. Superate le pestilenze del 1700, ripopolati gli allevamenti della Val Rendena con l'importazione dalla Svizzera di capi con caratteristiche morfologiche molto simili e non riconducibili al ceppo della Bruna Alpina, la razza visse la sua maggior espansione nella seconda metà del 1800, allorquando era allevata in tutta la Lombardia e nel territorio delle Tre Venezie, dove si contavano circa 800.000 capi. Fu durante il 1900, che il patrimonio della razza cominciò a contrarsi, a causa delle linee politiche adottate che la volevano sostituita con la razza Bruna Svizzera.
È documentato che nel 1946, già dopo trent'anni di politiche ostili all'allevamento delle razze autoctone, la razza, allora chiamata "Bruna di Rendena", contava nel Triveneto ancora più di 80.000 capi. In appena mezzo secolo il patrimonio s'era quindi ridotto di oltre 10 volte.
A testimonianza dell'accanimento delle istituzioni, nel secolo scorso, contro questa razza e contro tutte le razze autoctone italiane, si riportano alcuni avvenimenti storici:
- 1910: l'Ispettorato Zootecnico della Provincia di Trento decreta l'eliminazione dal territorio provinciale dei bovini di razza Rendena tramite l'incrocio di sostituzione, mediante l'ammissione alla monta naturale dei soli tori Bruno Alpini. La realizzazione piena di tale progetto non riuscì in conseguenza allo scoppio del Primo Conflitto Mondiale che distolse l'attenzione politica dalle questioni agricolo-zootecniche.
- 1929: emanazione della legge 20.06.29 che stabilisce la concessione di aiuti economici consistenti per l'introduzione in Italia delle razze estere migliorate quali la Bruna Svizzera e la Frisona Olandese, a scapito delle numerose razze autoctone italiane.
- 1931: al Convegno di Padova per lo sviluppo e il miglioramento del patrimonio zootecnico delle Tre Venezie, si decreta la totale eliminazione delle razze autoctone italiane non concedendo più l'autorizzazione alla monta se non praticata con tori delle razze estere migliorate. Nel 1937 è però concessa la deroga per l'allevamento d'alcuni nuclei di qualche migliaio di capi nelle province di Trento, Padova e Vicenza.
- 1941: al Convegno di Merano (BZ), organizzato con il preciso scopo di aggiornare le direttive del Convegno di Padova del 1931, è sancita l'abolizione di tutte le deroghe per l'allevamento delle razze autoctone. In questo caso, fu il Secondo Conflitto Mondiale a far gravitare le attenzioni della politica su altre questioni prioritarie e quindi ad impedire la scomparsa dagli allevamenti dei bovini di razza Rendena.
In definitiva, la casualità storico-temporale dei conflitti mondiali, spostando le attenzioni politiche dalle questioni non prioritarie quali quelle agricolo-zootecniche, ha consentito alla razza Rendena di sopravvivere fino agli anni '50-'60, dopodiché gli allevatori, organizzatisi prima a Trento e poi in Veneto nelle rispettive Sezioni di razza, hanno ottenuto dalle istituzioni competenti il riconoscimento dell'allevamento della loro razza.
Caratteristiche della RAZZA RENDENA
La razza Rendena molto probabilmente discende, come la Frisona, la Reggiana, la Modenese, la Piemontese e la Valdostana Pezzata Rossa, dal ceppo del "Bos Longifrons"; appartiene quindi al gruppo delle così dette "Razze di Pianura", che si distinguono dalle "Razze Alpine" discendenti dal "Bos Frontosus" (quali Pezzate Rosse Italiana e d'Oropa, Grigio Alpina, Pinzgau, Tarina e Bruna) per la finezza del rivestimento cutaneo, della testa e della struttura ossea in generale, per la taglia ridotta e la duplice attitudine alla produzione di latte e carne.
Oggi queste razze, originariamente parenti, si presentano spiccatamente diverse dal punto di vista morfologico, sicuramente per la ormai secolare selezione e specializzazione impostate su di loro dall'uomo.
I caratteri morfologici distintivi della razza Rendena, secondo lo standard morfologico riportato nelle norme tecniche del Libro Genealogico (Tabella 5) si riconducono a mole medio-leggera con spiccata finezza della struttura ossea e del rivestimento cutaneo, buona conformazione muscolare e mantello castano scuro, con ricercata riga mulina sul dorso.

Per quanto riguarda le attitudini produttive, le bovine di razza Rendena producono mediamente 45 quintali di latte per lattazione, con titoli di grasso e proteina rispettivamente intorno al 3.5% e 3.2%. La razza è allevata nelle più diverse tipologie d’azienda: dalle moderne aziende di pianura alle più tradizionali aziende di montagna. Pratica ancora molto diffusa per questa razza è il pascolamento delle essenze foraggere prodotte dai masi e dalle praterie di alta montagna, tramite l’alpeggio estivo, che interessa quasi tutto il giovane bestiame e oltre la metà delle vacche iscritte ai controlli funzionali. Il livello tecnico medio delle aziende interessate è sicuramente inferiore rispetto a quello delle razze specializzate da latte, in quanto spesso gli allevatori sfruttano la rusticità e la frugalità alimentare della razza per puntare sulla minimizzazione dei costi di produzione più che sulla quantità di latte prodotto. La razza sembra adattarsi ottimamente alle varie tipologie d’allevamento, dalle più intensive alle più tradizionali. La razza Rendena è caratterizzata da una mediana d’interparto di 95 giorni con un numero medio di lattazioni per vacca pari a 3.55. Le bovine Rendena garantiscono quindi in media la nascita di un vitello ogni anno ed esibiscono una durata in carriera almeno doppia rispetto a quella delle bovine di razze più specializzate quali Bruna e Frisona. La buona fertilità e capacità riproduttiva permettono il mantenimento della stagionalità dei parti che sono concentrati nei mesi autunnali in relazione alla diffusissima pratica dell’alpeggio nei mesi estivi anche delle vacche in latte.
Immagini: APT Madonna di Campiglio Pinzolo Val Rendena; Ufficio Stampa Comune di Pinzolo; Claudio Cominotti
INFO
ANARE - Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Rendena
via delle Bettine, 40 – 38100 Trento
www.anare.it mail info@anare.it
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